Molti ci hanno chiesto perché noi derelitte abbiamo scelto dei nicknames che non sono propriamente accattivanti (tipo biondinabirichina, bellaemonella, ticiucciocomeunacozza e così via). Di solito ci divertiamo a rispondere «Nickname? No no, ci chiamiamo proprio così… Perché, non ti piace?» e godiamo nel vedere il nostro interlocutore macerare nell’imbarazzo. Ma in realtà i nostri rispettivi genitori ci hanno fornito di un nome davvero carino: e dico UN nome perché io e Mafalda ci chiamiamo allo stesso modo (e ci somigliamo pure, col risultato che quando ci presentiamo la domanda più frequente è «Ma tu pensa… Siete sorelle?». «Sì, sai, i nostri genitori avevano poca fantasia e ci hanno chiamate uguali… ». «Ah!». E poi chiedeteci perché siamo single!).
Quindi da dove saltano fuori Callista e Mafalda?
Antefatto: settembre 2006. Noi derelitte siamo in aeroporto, di ritorno dalla consueta vacanza salentina: cuore in frantumi e un solo controllo di sicurezza aperto. Siamo circondate da un gregge di anziani, che spingono e cercano di avanzare di qualche posto nella fila. Finalmente arriva il nostro turno: via le cinture, gli orologi, perfino i ciondoli. E siamo in sala di imbarco.
Mafalda lacrima in silenzio sulla mia spalla per colpa della meraviglia: io mi guardo in giro. Guardo il via vai di aerei. Guardo le hostess affaccendate. Guardo i nostri compagni di controllo di sicurezza: uno legge il giornale, uno fa le parole crociate, una fa la maglia (con 35 gradi, mi vengono i brividi) e una sbuccia una mela. Con un coltello. Di acciaio. Lama seghettata lunga almeno una dozzina di centimetri. Lì per lì non ci faccio caso: poi penso al controllo di sicurezza. Noi siamo rimaste in mutande e la nonna dell’ultimo samurai è entrata con un coltello. Siamo in buone mani…
Continuo a guardare: la signora pela la mela, la taglia a fette con metodo e la divide con la sua vicina di sedia. Ha un paio di occhiali da far invidia alla Mondaini e delle perle giganti alle orecchie; l’altra sfoggia il cappello di paglia e un rossetto arancione spalmato sui denti. Pantaloni alla pescatora, magliette infilate, marsupio (una) e borsa leopardata (l’altra). Do di gomito a Mafalda: «Tra cinquant’anni saremo così…». Lei mi guarda e sospende per un attimo il lento lacrimare.
Dopo l’atterraggio, ritroviamo le due nonnine al ritiro bagagli: una è piazzata saldamente davanti al nastro scorrevole e l’altra è alle sue spalle. Sono battagliere e terrorizzate dal fatto che la valigia possa scappare: appena la avvistano parte la rissa, fatta di gomitate nelle costole ai vicini e di voci: «Signora Mafalda, guardi la sua valigia…», «Grazie, signora Callista». Tre minuti di confusione, e le due se ne vanno a braccetto, spingendo il carrello e parlando fitto fitto. Callista e Mafalda, le derelitte tra cinquant’anni. Rossetto sui denti a parte, ovviamente... Siamo pur sempre le regine del glamour, no?