venerdì 30 gennaio 2009

Cof, cof, cof...

Le derelitte sono malate: dopo tre giorni passati a combattere contro la testa a pallone e dolori alle ossa diffusi, Callista si è arresa all’influenza e ora batte i denti con 38 e mezzo di febbre. Mafalda, invece, resiste ancora stoica perché deve consegnare un lavoro importante: ma alla sera si accascia sul divano e le due giovani (e nel pieno delle forze) fanciulle si lamentano insieme degli acciacchi.
Sono sempre belle serate.
In questo contesto, però, hanno scoperto delle verità nuove e inconfutabili:
- l’inventore dell’Aulin o dei suoi affini deve essere santificato subito (va bene, veniteci pure a dire che fa male, ma galleggiare su una soffice nuvoletta rosa invece che contorcersi per i dolori alle ossa vale assolutamente il rischio);
- "il papà" della Tachipirina deve essere beatificato (santo solo se riesce ad aumentare lo stato di grazia da 5 ad almeno 8 ore);
- un grazie a chi ha messo l’ennesima replica di Smallville al pomeriggio: vedere sullo schermo quel bonazzone di Lex Luthor allieva notevolmente le sofferenze;
- i fazzolettini della Tenderly, alla faccia del nome, non sono per niente tender e non assorbono una sega: in caso di soffiata di naso potente si rischia di riempirsi la mano (bonjour finesse).
A presto, se riusciamo a sopravvivere,
Baci germinosi a tutti
C&M

martedì 27 gennaio 2009

Mafy e i carabinieri - puntata 85

Ormai è un dato di fatto: i carabinieri mi amano. In un anno mi avranno fermata come minimo dieci volte.
Ultimo episodio sabato notte.
Esco assieme a Cally e un po' di amici. Verso le 3 e mezza decidiamo di andare a casa. Entro in macchina. Faccio, esagerando, un chilometro, e... Track: paletta.
Un carabiniere enorme si avvicina al finestrino con una torcia stile Grissom di csi?
Se mi cerca addosso delle impronte digitali di qualche uomo spreca il suo tempo, agente. Penso tra me e me.
A: "patente e libretto, grazie"
M: (porgendo i documenti) "eccoli... Magari non faccia troppo caso alla foto sulla patente. Sono come il whisky... Miglioro invecchiando"
A: (sorridendo) "in effetti non le fa molta giustizia questa fotografia"
Grazie, grazie, gentile agente che non mi dice in faccia che sulla patente sono un mostro. Capelli stile Maga Magò color topo muschiato (morto) e sopracciglia che fanno una gran concorrenza a quella di Peo Pericoli. A quel tempo mi avrebbero potuto tranquillamente bocciare all'esame di guida... No, non perchè fossi imbranata, ma per eccesso di peluria sopra gli occhi che poteva intralciare la vista!
A: "dove sta andando?" (allontanandosi un attimo per portare i documenti al collega seduto in macchina. Suppongo sia per verificare i dati al computer ma temo sia invece per far vedere la foto anche all'altro carabiniere in modo da burlarsi di me)
M: (e farti i gioiosi cazzi tuoi, no?) "sto tornando a casa"
A: "mmh... "
M: ... (mmh cosa? Ma dove vuoi che vada alle 4 di mattina? Al massimo vado a impastare il pane ma non ho l'abbigliamento adatto, stella!)
A: "ha bevuto?"
M: "no, non ho bevuto nulla di alcolico"
A: "dobbiamo fare ugualmente il test, le dispiace!"
M: "no, no, si figuri!"
A: "può soffiare dentro il tubicino? può fermarsi quando sente il bep"
M: "ok"
Prendo un sospirone e ...
pffffffffffffffff (uno) ffffffffffffffffffff (due) fffffffffffffffffffffffffffff (tre) fffffffffffffffffff(quattro) fffffffffff (allora questo beep?) fffffffffffffff
BEEP.
Grazie al cielo, rischiamo di morire per test alcolemico. Non sarebbe stato molto glamour.
A: "il test dice che non ha bevuto"
M: (pure io l'avevo detto) "bene"
A: (porgendomi i documenti) "può andare, grazie"
M: "grazie a lei"
A: "un po' tardino per andare in giro, non crede?"
M: "è la frase che mi dice sempre mia madre"
A: (ridendo) "nooo... Non fraintenda, non avevo intenzione di farmi i fatti suoi!"
M: (ah no??? Pareva tutt'altro) "... nessun problema"
A: "eh che vedendola così... Da sola"
M: (grazie, gentile carabiniere, che mi ricordi di essere da sola l'ennesimo sabato sera, grazie!) "ehhh... vita dura quella delle zitelle!"
A: "ahahahahah ... mi raccomando vada piano"
Metto la cintura, inserisco la prima e parto.
Ci mancava solo mi dicesse di mettere la canottiera di lana, poi eravamo a posto!

lunedì 26 gennaio 2009

No Alpitour? Ahi ahi ahi ahi ahi...

Quest’anno la neve ha allietato e allieta periodicamente le giornate invernali delle vostre derelitte: il che capita a puntino, visto che Mafalda ha la macchina da bella figheira che teme il nevischio più della ruggine e Callista lavora a 40 km da casa. Le vostre derelitte sono costrette a prendere i mezzi pubblici molto più spesso di quanto vorrebbero (ci scusino gli ecologisti): con tragici risvolti.
Prendete ad esempio la sottoscritta Callista: ormai ho la sveglia puntata alle CINQUE E VENTI di mattina, in caso di previsioni nefaste (grazie agli amici di Meteotrentino che quest’anno non hanno sbagliato un colpo). Mi lavo, mi trucco, mi vesto, faccio colazione ripetendomi “amo il mio lavoro, amo il mio lavoro” e esco di casa, per essere in stazione alle sei e venti. Considerando che fino a un anno fa le uniche sei e venti mai viste erano quelle di pomeriggio, sto facendo enormi passi avanti. Adesso riesco anche a sorridere al controllore: il fatto che il sorriso somigli più a un ghigno da serial killer è del tutto secondario, ci sto lavorando.
Martedì scorso, quindi, mi sono goduta un’ora di treno sotto una nevicata talmente perfetta da sembrare finta. Quattro ore di lezione con l’occhio a mezz’asta, e poi eccomi di nuovo in stazione per tornare a casa. L’unica cosa che bramavo era un eterno silenzio: ho anche fatto le corse per riuscire a prendere il mezzo prima dell’uscita del branco studentesco, in modo da riposare le orecchie.
Ma avevo fatto i conti senza i turisti: sul treno, infatti, mi sono trovata in mezzo a una compagnia di sciatori intenzionati a scendere a Trento, visto che la nevicata non dava loro la possibilità di dilettarsi sulle piste. Tragedia. Prendete una decina di uomini e donne di mezza età, fategli lasciare il cervello nelle loro case, sommate una leggera euforia dovuta probabilmente all’aria rarefatta dall’altitudine o alla grappa del Trentino. Aggiungeteci Callista sofferente per le scarsissime ore di sonno e vogliosa di fare conversazione e scherzare quanto di ingoiare un crotalo vivo. Ed ecco quello che ho dovuto sopportare.

- Questo treno va troppo piano, non è che c’è un guasto? (No, è un binario dell’anteguerra, tesoro, non siamo sull’eurostar. Rassegnati)
- Questo treno va troppo veloce, adesso, non è che si sono rotti i freni? (L’ottimismo è il profumo della vita, eh…)
- Questo treno passa in alto sulla montagna, se deraglia siamo tutti morti, ah ah ah! (invece che ridere io penserei a toccare qualsiasi cosa possa scongiurare il menagramo)
- Cosa legge, signorina? (Callista alza svogliatamente il libro). Ah, ma è un libro serio, non pensavo! (Eccerto, sono bionda e giovane, quindi il massimo che mi posso concedere è Federico Moccia, no?)
- Ma le piacciono quei mattoni o legge solo per far colpo sugli altri viaggiatori? Ah ah ah! (No, mi servono per schiacciare gli esseri inutili e molesti. Vogliamo provare?)
- Beeeeee, beeeeee… (donna che imita il verso della pecora per circa cinque minuti di seguito)
- (uomo rivolto alla imitatrice di cui sopra) Oh, che fai, la pecorina? Ah ah ah… (qualsiasi commento è superfluo, direi)
- (donna rivolta a altro compagno di viaggio, dopo essersi tolta i doposci) Ma secondo te mi puzzano i piedi? (Credo che quello che puzza sia il cervello, ormai andato definitivamente in decomposizione, cara, ma se vuoi ti dico che sono i piedi, sì)
- (donna rivolta a amica con cui sta ascoltando l’mp3) Ma chi sono questi? I Negrita? Ma non si chiamano Negramaro? Ah, sono due gruppi diversi? Pensa te… (Giuliano, perdonala, non sa quello che dice)

E così via fino alla fermata prima di Trento centro, ossia la mia. Mi alzo, mi metto sciarpa, guanti e berrettino: “Guarda la signorina, vedi lei come è attrezzata per la neve, si vede che da queste parti siete montanari, eh”.
Trattengo l’istinto di sputargli in un occhio e mormoro un “Non è questione di essere montanari, ma intelligenti”, sperando colgano la velata ironia. Ma l’uomo insiste:
“Signorina, lei che è di queste parti, non è che ci consiglia un buon ristorante per il pranzo?”. Ecco il momento della vendetta: sorrido e li mando nel peggior posto della città, dove oltretutto si paga uno sproposito. Se sono fortunata, almeno un po’ di mal di stomaco (e di portafoglio) gliel’ho procurato… Con le mie migliori scuse all’assessore al turismo, naturalmente.

giovedì 22 gennaio 2009

Derelitte su FB!

Cari lettori,
un amico delle Derelitte ha creato appositamente per noi una pagina su Facebook.. Siamo diventate personaggi pubblici e avete la possibilità di diventare nostri fan...
Inutile dire che ci siamo immediamente montate la testa, come al nostro solito, e quindi ci facciamo pubblicità da sole! ;-)
La pagina è ancora in costruzione, ma promettiamo di fornire al più presto materiale utile per il miglioramento! Per incontrarci su FB, quindi, cliccate QUI.

Per il resto, ci si sente lunedì. Noi questo week-end, visto che ultimente le cose ci vanno quasi benino, saremo impegnate a cercare la telecamera nascosta di "Scherzi a parte". Come saggiamente suggerisce Mafalda, speriamo che sia almeno posizionata in basso, che sembriamo più alte e magre.
Baci a tutti.

mercoledì 21 gennaio 2009

Sussurrami tutta ...

La vostra Mafy è stata rimorchiata.
Eh sì, signori, un rimorchio con tutti gli elementi giusti per essere chiamato tale: sguardi di fuoco da una parte all'altra del locale, avvicinamento, richiesta del mio numero di telegno con successivo fitto scambio di sms per concordare un'uscita.
Ok, potete festeggiare. Palloncini, lingue di Menelicche, trenini a ritmo di samba… Scatenatevi pure.
Evitate solamente i fuochi d’artificio. Ero talmente sorpresa ed entusiasta di aver trovato un uomo dritto che li ho già sparati io. Peccato fossero in magazzino da un’infinità di tempo e appena accessi hanno fatto un triste “puf” e si sono spenti. Speriamo non siano sintomatici di un altro tipo di defaillance.
Ma torniamo all’argomento principale.
Vi dicevo che sono uscita con questo ragazzo. Carino, molto, molto carino, gentile, galante, interessante, simpatico, divertente… E sussurrante.
Ehhh già. Perché «l’uomo che non deve chiedere mai» conosciuto al locale, un marcantonio di ragazzo, quando è da solo con me si trasforma «nell’uomo zolletta di zucchero».
Mi accarezza il viso, mi scosta i capelli, mi bacia, mi dice mille cose carine e mi sussurra alle orecchie.
Bello, direte voi. E pure io lo direi… Se solo capissi una parola di quello che mi dice.
Perché… Sarà l’età, sarà che i miei timpani sono stati messi a dura prova da innumerevoli concerti di Giulianone, sarà che il ragazzo usa, oggettivamente, ad un tono di voce bassissimo, sarà che parla con l’inflessione del suo dialetto che non è facilmente comprensibile, sarà che non sono più abituata ad avere un uomo così vicino e mi agito andando in confusione, sarà… Sarà quel che sarà… Il risultato è che non capisco una cippa.
Ora, non potevo mica passare un intero pomeriggio a chiedere «Eh», «cosa?», «puoi ripetere che non ho capito?»
O meglio, l’ho fatto… Una, due, tre volte. Ma poi mi è sembrato eccessivo e ai successivi bisbigli ho sfoderato il miglior sorriso, inclinando la testa verso destra utilizzando anche lo sbattere di ciglia stile «cerbiatta indifesa».
Pare abbia funzionato. L’uomo non si è accolto della mia difficoltà uditiva e ha rilanciando invitandomi a cena.
Ora, ripensandoci. Non ho veramente capito nulla di quello che mi ha detto. Non ho nemmeno mezzo indizio. Potrebbe avermi sussurrato qualsiasi cosa da «mi sono follemente innamorato di te, ti prego sposami e facciamo 4 bambini assieme» o un «mi aiuti a montare il mobile che ho appena comprato all’Ikea» o, ancora «ti uccido, ti faccio a pezzettini e ti congelo nel freezer per darti da mangiare agli ospiti a Pasqua» oppure «mi fai sangue, ti farei ogni cosa… Te lo infilo in qualunque pertugio» o «mi piacciono da morire i tuoi stivali… Me li presti?»… Cpirete che la cosa è, francamente, inquiestante.
E io ho risposto sorridendo e inclinando la testa su un lato. Praticamente un segno di resa.
Questa sera dovrei vederlo… Che dite? Tiro bidone?

lunedì 19 gennaio 2009

Dialettiamoci!

Io e la Mafy abbiamo fatto una scoperta inconfutabile: il dialetto trentino è una lingua geniale. Non solo perché è nostro (e si sa che ogni scarafone è bello a mamma sua) e ne facciamo un discreto uso, ma perché alcune parole sono così onomatopeiche, o alcuni modi di dire così immediati che meriterebbero di entrare nel dizionario al posto del corrispondente italiano. Non ci credete? Benvenuti alla prima lezione del corso di trentino delle derelitte (per la collaborazione, ringraziamo quella gnocca della collega di inglese di Callista, che è pure magra oltre che d'aiuto. Maledetta!).

Ad esempio, come si definisce un cocktail «shakerato» a dovere? In italiano non c’è una parola che sostituisca bene l’inglese: «agitato» o «mescolato» non rendono. Usiamo il trentino «scolobià»: da proprio l’idea di un giusto rimescolio. E poi vogliamo parlare dell’eleganza di ordinare un caffè freddo «scolobià»? Très chic!
Oltretutto, funziona anche per gli esseri umani: «son chi tuta scolobiàda» a indicare un senso persistente di nausea. Oppure «meti zo quel matelòt, che l’è tut scolobià», per una mamma che dondola un bambino con troppa veemenza.

Altro esempio: volete descrivere una ragazza pallida, magra, emaciata, dall’aspetto malsano? «La par la mort embriàga»: sembra la morte ubriaca. Peggio di così non si può. In alternativa, si può andare sul classico «el par ciucià for dale strie», ossia «sembra succhiato dalle streghe» (e non inziate a farvi domande sul punto di suzione, maliziosi!). Deliziosamente diabolico con quel tocco di sana superstizione paesana che non guasta mai. Promosso.

Vogliamo poi dare l’idea di qualcosa che ci fa schifo schifo schifo? Basta una parola a indicare il disgusto: «Barèa!». Vedete un essere immondo o una cosa di ignota provenienza, ma evidentemente poco attraente? Bastano due parole: «Coss’elo, barea!», ossia «Cos’è, ma che schifo!». Noi trentini siamo gente sintetica, che ha poco tempo da spendere in chiacchiere. Se poi all'espressione aggiungete una faccia raccapricciata con bocca tirata di traverso, funziona meglio.

E se ci capita in mano un aggeggino di poco conto, una robetta, una trappolotta, un ingranaggino insignificante? Signori e signore, ecco a voi «el pimpignègol»: «Da ‘ndò vegnelo for ‘sto pimpignegol?», ossia «da dove esce fuori questo cosetto?». Identica concisione, ma vogliamo confrontare l’onomatopea? Impareggiabile!

Ancora: tutti abbiamo un amico un po’ matto, svampito, o con qualche rotella mancante. In italiano sarebbe «matto come un cavallo», o «fuori come un balcone». In trentino il suddetto personaggio è semplicemente «’na zorla», letteralmente «un maggiolino». «Valà, zorla» è un attenuativo del comune «dai, pirla»: ma invece della metafora triviale, affidiamoci a quella animale. Moooolto raffinata anche in bocca a una signora (la metafora, non la zorla stessa, barea!): e poi, se l’insultato non è autoctono, potete fargli credere che si tratti di un complimento.

Concludiamo la nostra prima lezione di trentino con un detto importato dal Veneto, ma che è tanto caro alla Coniglia e di evidente buon auspicio: quando si brinda, in Trentino uno degli usi è far tintinnare i bicchieri tra loro come nei comuni «cin cin» per poi battere il calice sul tavolo prima di bere: perché «Chi no bussa no guzza», ossia «chi non bussa non tromba». Giusto ed evidente, ma chiaramente inutile, perché le derelitte lo fanno sempre e i risultati sono evidenti a tutti… Ma hai visto mai…

A presto con la seconda lezione!

giovedì 15 gennaio 2009

Driiiiin!

E ci risiamo: dopo le feste, in cui ci hanno proposto suonerie tremende tipo il gattino Virgola travestito da Babbo Natale (credevano di spacciarlo per una novità, ma era facilmente riconoscibile grazie alla consueta boccuccia a buco di culo e all’occhio pallato), i creativi del mondo cellulare hanno dato fondo alla tanica della grappa e ci hanno regalato due nuovi amici. Talmente irresistibili che ti viene voglia di sparare al video.
Il primo è Lello il paperello, che canta sulla melodia de «Lo sai che i papaveri». E in effetti il nostro simpatico amichetto saltella in tondo in uno spiazzo libero di un campo di papaveri: evidentemente quelli che mancano se li è fumati uno per uno. Analizziamo il testo: «Lo sai chi sono io / son Lello il paperello / son giovane son bello / io squillo squillo squillo»: fai un po’ quello che vuoi, datti pure fuoco, magari… Che potrebbe anche essere un’idea migliore.
«Lo sai chi sono io / che squillo squillo squillo / e tu non mi rispondi / che cosa ci vuoi far»: a parte il fatto che l’hai detto tre secondi fa che sei Lello il paperello e non ci vuole una laurea in criminologia per scoprirlo, prova a chiederti perché nessuno ti risponde, razza di uccellaccio demente e fastidiosissimo.
Ma il peggio deve ancora arrivare: è la volta dello scoiattolo Tappolo. Una pantegana spelacchiata tutta occhi che ci regala una canzone dalle sinistre assonanze con «Per fare un tavolo ci vuole il legno...»: «Io sono Tappolo / sono scoiattolo / se non rispondi / io mi appallottolo». Le derelitte suggerivano una rima migliore: tipo «se non rispondi / mi viene un embolo», che magari è la volta buona che ce ne liberiamo. E poi, come cazzo si fa a scegliere il nome Tappolo per una bestia? Ma chiamiamolo Arturo, Gervasio o, se proprio la rima è indispensabile e vitale per queste orrende suonerie, Bugigattolo, Ciottolo, Ergastolo, Pianerottolo: ma Tappolo no, sa di generatore di stitichezza. E stona con il carattere diarroico delle suonerie, che aiutano (e di molto) l’evacuazione.
Ora, chiedersi chi ha il coraggio di mettersi una cosa del genere sul telefono è superfluo: se continuano a inventare tali atrocità, evidentemente il mercato è florido, (anche se in tanti anni solo a un barista dell’aeroporto di Bari abbiamo sentito la suoneria di Virgola). Noi, quindi, vogliamo fare un passo in più: vogliamo proporci come creatrici di suonerie. Ne abbiamo giusto una pronta per i maschi che fanno culo: Callista e Mafalda che cantano in coro «Rispondi subito / bestiaccia ingrata / sennò stasera / ti faccio la fiancata». Dopo cinque squilli, poi, sullo schermo appare un dito medio. Dite che avremmo successo?